lunedì 22 agosto 2011

L'aumento dei prezzi delle commodities alimentari: il ruolo della speculazione finanziaria


Questa breve dissertazione sui problemi legati all'aumento e alla volatilità dei prezzi dei beni alimentari è tratta da un lavoro da me realizzato nell'ambito del corso di Etica della Finanza impartito dalla mia facoltà. 
Le mie sono solo riflessioni, che ho pensato di condividere sul mio blog per chiunque fosse incuriosito dall'argomento... 


           Nell’ultimo decennio i prezzi delle materie prime alimentari sono stati caratterizzati da una costante crescita.
Il Food Price Index della FAO (tavola 1.1) misura le variazioni mensili dei prezzi di un paniere composto da 55 commodities agricole.

                        Tavola 1.1 - Andamento del Food Price Index della FAO (1991-2011)
                                 

                                          Elaborazione dati “Monthly Food Price Indices” sito istituzionale FAO
 
Osservando il suo andamento nell’ultimo decennio si può notare come il trend sia stato fortemente positivo, soprattutto a partire dalla fine del 2006.  Tra la fine del 2007 e l’inizio del 2009, nel periodo più acuto della recente crisi finanziaria, è stato toccato il massimo storico dal 1990, anno in cui la FAO ha iniziato a calcolare tale indice. Una crescita vertiginosa dei prezzi si è manifestata anche durante lo scorso anno, portando a fine 2010 l’indice ad un livello ancora più elevato.
I mercati delle materie prime alimentari sono stati caratterizzati anche da un forte incremento della volatilità. Le fluttuazioni dei prezzi sono un requisito necessario per il funzionamento di un mercato competitivo, ma l’efficienza e la liquidità evitare la creazione di situazioni di eccessiva incertezza, come quelle verificatisi negli ultimi anni (tavola 1.2).

                         Tavola 1.2 -  Volatilità implicita dei prezzi di alcuni beni alimentari

                                                              Fonte: Price Volatility in Agricultural Markets, FAO



Gli effetti dell’agflazione - termine coniato a fine 2007 dagli analisti di Merrill Lynch per indicare l’anomalo incremento dei prezzi dei prodotti agricoli - si sono manifestati in modo differente nei diversi Paesi del mondo, a seconda delle direttive seguite dagli scambi internazionali. 

Gli Stati Uniti, i maggiori esportatori al mondo di prodotti agricoli, hanno raggiunto una rendita agricola netta elevatissima, superando del 50% la media del decennio precedente; anche altri Paesi come l’India, il Sud Africa e lo Zimbabwe, stanno traendo benefici dalla crescita dei guadagni. Per i paesi esportatori di materie prime, quindi, l’aumento dei prezzi delle commodities ha comportato un miglioramento delle entrate dall’estero e dell’attività economica. I paesi importatori stanno al contrario pagando le conseguenze di questo fenomeno. Alcuni, come il Giappone, l’Arabia Saudita e il Messico, molto probabilmente riusciranno a farvi fronte, mentre gli effetti sui Paesi poveri ed emergenti potrebbero essere devastanti.
Gary Becker, premio nobel dell’economia, ha fatto notare che “se i prezzi del cibo crescono di un terzo, nei paesi ricchi lo standard di vita si abbassa di circa il 3%, mentre nei paesi poveri di più del 20%”, dato che mentre nelle nazioni del Nord le famiglie impiegano mediamente tra il 10 e il 15% del loro reddito per acquistare cibo, nelle nazioni del Sud questa percentuale può raggiungere anche il 90%[1].
L’aumento eccessivo e incontrollato dei prezzi sta creando importanti ostacoli alla difesa dei diritti umani e della sicurezza alimentare globale. Proprio negli anni della recente crisi finanziaria, quando i beni agricoli hanno raggiunto valori straordinari, le statistiche relative alla fame nel mondo hanno registrato un incremento anomalo del numero e della percentuale di persone cronicamente malnutrite (tavola 1.3), che sta attualmente rallentando pur rimanendo a valori assolutamente elevati.
                         Tavola 1.3 - Numero di persone malnutrite nel mondo (1969-2010)

                                                   Fonte: The State of  Food Insecurity in the World, FAO, Roma 2010

Le cause dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari sono da ricercare innanzitutto nella rapida crescita economica di alcuni Paesi emergenti, in particolare Cina, India, Brasile e Russia, che ha contribuito ad aumentare notevolmente della domanda di materie prime agricole. La crescita della popolazione mondiale, allo stesso tempo, ha provocato l’aumento della richiesta di prodotti cerealicoli per la produzione di pane, pasta ed altri alimenti.
Dal lato dell’offerta, invece, le condizioni climatiche e atmosferiche avverse, hanno limitato la quantità e la qualità dei raccolti. Gli incendi nelle pianure russe e in Kazakistan e Ucraina, ad esempio, hanno compromesso nell’estate del 2010 il raccolto del grano, le alluvioni in Canada, Pakistan e Australia hanno ritardato e ostacolato la raccolta dei cereal e la mancanza di pioggie e l’eccessiva umidità in Cina  hanno ridotto drasticamente la produzione di granaglie del primo produttore al mondo.
Anche l’aumento del prezzo del petrolio ha influito sui prezzi dei prodotti agricoli e alimentari. Gli Stati Uniti, infatti, hanno deciso di destinare buona parte della produzione di mais all’estrazione dell’etanolo, utilizzato come biocarburante in alternativa alla benzina e al gasolio, utilizzando per questo fine circa 1/3 della produzione totale.
I fattori macroeconomici e le variazioni nell’offerta e nella domanda hanno dunque causato una costante pressione rialzistica sui mercati dei beni alimentari, ma non sono sufficienti per spiegare in modo soddisfacente l’eccessivo aumento dei prezzi e l’elevata volatilità. Molti credono che il “super ciclo delle commodities” sia stato amplificato dai comportamenti speculativi degli operatori sui mercati finanziari[2], sui quali si sono diffusi negli ultimi anni strumenti sempre più complessi e sofisticati che scommettono proprio sulle variazioni di valore delle materie prime, anche agricole ed alimentari.

La speculazione finanziaria sui prezzi delle materie prime si basa sull’utilizzo dei  derivati, contratti finanziari il cui valore dipende dall’andamento di un bene sottostante.
Le categorie di derivati più rilevanti per il mercato delle commodities sono costituite da:
- Futures e Forwards, contratti negoziati rispettivamente sui mercati regolamentati e tramite accordi privati (over the counter), con cui due controparti si impegnano a scambiarsi una determinata quantità un prodotto, ad un prezzo e ad una data prefissati;
- Opzioni, contratti negoziati sia sui mercati regolamentati che OTC, con i quali una parte ha la facoltà di acquistare o vendere una determinata quantità di prodotto, ad un prezzo ed entro una scadenza predeterminati, mentre la controparte si obbliga a assecondare la sua decisione[3].
Gli strumenti derivati sono nati come strumenti per la copertura di rischi commerciali. Determinando ex ante le condizioni di uno scambio futuro, gli operatori posono infatti coprirsi dal rischio di rialzo o di ribasso di un determinato bene. Un agricoltore, ad esempio, può impegnarsi a vendere una certa quantità di grano ad una certa data ad un prezzo predeterminato, proteggendosi da un ribasso del prezzo del bene.
Negli strumenti derivati è però insita una forte spinta speculativa: chi acquista o vende un futures scommette sull’andamento del sottostante e può ottenere guadagni molto elevati sfruttando l’effetto leva, controllando grandi quantità di un bene investendo somme relativamente contenute. Per sfruttare al massimo ogni possibilità di arricchimento, nel XX secolo sono stati implementati titoli sempre più complessi e sofisticati, negoziati soprattutto in mercati non regolamentati e in condizioni di scarsa trasparenza. Il mercato dei derivati, dunque, si è slegato rapidamente dall’economia reale, basandosi sulle contrattazioni di operatori il cui fine principale è la massimizzazione del profitto nel più breve tempo possibile.
Negli ultimi anni ha conosciuto una rapidissima espansione proprio il mercato dei derivati sui beni alimentari. La maggior parte delle risorse investite proviene dagli index funds, fondi creati dalle grandi banche d’affari americane per investire in prodotti derivati legati alle merci più svariate, dagli hedge funds, fondi comuni di investimento altamente speculativi e dai fondi di private equity, che investono acquistando e rivendendo terreni e imprese agricole. Per questi attori, la decisione di investire in un determinato prodotto solitamente non dipende dal prodotto stesso, ma dalla necessità di assicurarsi contro i propri rischi. I mercati delle materie prime sono visti spesso come un modo per proteggersi contro l’aumento dell’inflazione e molte ricerche hanno dimostrato la loro tendenza a muoversi in direzione opposta rispetto ai mercati azionari e obbligazionari. Nei momenti di crisi dei mercati finanziari tradizionali, come quello sperimentato tra il 2007 e il 2009, investire nelle materie prime diventa quindi un modo per diversificare il proprio portafoglio e “rifugiarsi” dall’incertezza che caratterizza gli investimenti alternativi.
Tutto ciò non è legato all’andamento della domanda e dell’offerta dei beni o ai fenomeni climatici ed atmosferici che ne colpiscono la produzione, ma alle decisioni degli operatori finanziari, che pur essendo sempre più scollegate dall’economia reale e dalle materie prime alimentari, possono avere su impatti enormi su quest’ultime. L’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) sostiene che, proprio il fatto che gli investitori trattino le merci come un qualunque attivo, negoziando non sulla base dei fondamentali economici ma sulla base di logiche di speculazione estrema, può esercitare una notevole influenza sul prezzo dei prodotti[4].
Gli speculatori, inoltre, tendono a muoversi nella stessa direzione, basando l’assunzione delle proprie decisioni di investimento sull’utilizzo di algoritmi e modelli matematici analoghi.  Dato che le negoziazioni avvengono ormai in modo telematico, e in pochi secondi è possibile negoziare una enorme quantità di titoli, questo comportamento ha come effetto l’esasperazione della volatilità a breve e brevissimo termine.
Il mercato delle materie prime alimentari non può essere un mercato stabile, dato che la produzione di beni agricoli segue solitamente dinamiche stagionali. L’instabilità dei prezzi ha l’effetto di attirare un gran numero di speculatori, che sperano di guardagnare proprio sulle rapide variazioni di valore dei beni e, a loro volta, incrementano la volatilità del mercato attuando le loro strategie di trading. Si crea una situazione vorticosa, dove la volatilità richiama volatilità che crea altra volatilità[5]
Inoltre i mercati delle commodities alimentari sono mercati di dimensioni relativamente contenute, non in grado di assorbire l’enorme incremento dei flussi finanziari senza che ciò comporti un aumento dei prezzi dei beni negoziati. Gli scambi di materie prime sui mercati internazionali avvengono solitamente non sulla base del prezzo spot, ossia del valore corrente delle merci scambiati, ma sulla base del prezzo forward, secondo l’aspettativa sulla variazione future del valore delle merci. Paradossalmente si creano situazioni nelle quali il mercato dei beni deriva il proprio valore dal mercato dei derivati, che da strumenti di copertura dai rischi sono diventati uno dei principali fattori di volatilità e instabilità dei mercati finanziari.

Nelle righe precedenti è stato brevemente illustrato come la speculazione finanziaria sulle commodities sia una delle principali cause dell’incremento i prezzi e della volatilità sul mercato delle materie prime alimentari, con effetti disastrosi per i paesi emergenti ed in via di sviluppo, in cui vive la maggior parte della popolazione povera del mondo.
La finanza, che ha assunto un peso determinate nell’economia mondiale, sembra non essere in grado di convivere con la difesa della sicurezza alimentare e sociale del nostro pianeta. La finanza svolge in realtà un ruolo fondamentale. Attraverso gli intermediari e i mercati finanziari, infatti, è possibile trasferire grandi quantità di risorse dai settori e dai Paesi in surplus verso i settori e i Paesi in deficit, accrescendo il benessere e lo sviluppo economico. Anche la speculazione finanziaria può avere un ruolo positivo, convogliando capitali nella produzione di beni e di servizi, creando liquidità  e contribuendo a stabilizzare il valore della diverse monete.
Non sempre però la finanza e la speculazione finanziaria operano al servizio dell’economia, come mezzo per trasferire ed accrescere il benessere globale. Molto spesso, al contrario, la finanza sembra essere fine a se stessa e gli strumenti, nati per facilitare lo svolgimento della vita economica reale, rischiano di produrre contraccolpi negativi sull’efficienza del sistema. I prodotti finanziari derivati, nati per proteggere gli operatori dalle variazioni dei prezzi delle materie prime, vengono scambiati in condizioni di scarsissima regolamentazione e in mancanza di trasparenza, aumentando l’incertezza e l’insicurezza sui mercati internazionali.
Ciò su cui potrebbe valere la pena di riflettere, è il ruolo della finanza, fortemente connesso al ruolo dell’economia.  
Innanzitutto, la finanza dovrebbe forse tornare ad essere uno strumento al servizio dell’economia, non una minaccia nei confronti dell’economia stessa, attraverso la costruzione di meccanismi economici, finanziari e sociali che contribuiscano a ridurre la situazione di enorme disparità presente a livello globale, contribuendo allo sviluppo anche delle economie emergenti e povere del mondo.
       Al centro dell’agire economico, di conseguenza, dovrebbe probabilmente essere posto l’Uomo, riconoscendo alla libertà economica, espressione della creatività e dell’innovazione, dei confini. La libertà economica, infatti, come tutte le libertà e i diritti, non dovrebbe essere assoluta, ma dovrebbe essere temperata dentro limiti e regole, giuridiche e anche eriche, che possano consentirne un esercizio adeguato a perseguire la piena realizzazione di ciascun uomo[6].
La speculazione finanziaria dovrebbe quindi avvenire garantendo l’efficianza dell’intero sistema economico globale, contenendo i fenomeni di speculazione ampia e persistente, soprattutto per quanto riguarda i mercati delle materie prime agricole, veicolo di trasmissione della sicurezza alimentare a livello internazionale. L’innovazione finanziaria dovrebbe puntare a fornire stabilità, contribuendo a trasferire e riallocare efficacemente le risorse e i rischi del sistema, nella tutela degli interessi e dei diritti della popolazione mondiale.
L’aumento dei prezzi e della volatilità sui mercati delle materie prime, favorito dall’eccessiva ed illimitata speculazione finanziaria, è un problema globale che richiederebbe, di conseguenza, la ricerca di soluzioni globali.
 I mercati finanziari internazionali si sono sviluppati in modo rapidissimo negli ultimi decenni, creando strumenti sempre più innovativi e complessi. La regolamentazione, invece, non sempre ha  accompagnato questo veloce sviluppo, lasciando spesso la finanza libera di autoregolarsi, nella convinzione che la concorrenza l’avrebbe condotta verso il raggiungimento di equilibri ottimali. Sui mercati si sono registrati però diversi fenomeni di ineffienza, come bolle e crisi finanziarie, che hanno dimostrato come le transazioni, avvenendo in condizioni non perfette, possono condurre a punti di elevato disequilibrio. Le istituzioni politiche e gli organizzazioni internazionali dovrebbero dunque intervenire per creare regole comuni, al fine di rendere la finanza internazionale uno strumento efficace per garantire la stabilità e la sicurezza economica mondiale.
Per quanto riguarda il mercato dei derivati sulle materie agricole alimentari, sarebbe forse necessario garantire che le transazioni finanziarie avvenissero in condizioni di trasparenza e correttezza, attraverso una efficace regolamentazione degli scambi sui mercati dei capitali, soprattutto sui mercati di capitali non regolamentati (Over the Counter).
Il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf, ha affermato che, per ridurre il rischio concreto di una crisi alimentare globale, determinata dalle incontrollate variazioni dei prezzi delle commodities agricole, servirebbero “un’azione strutturale e regole certe per eliminare quelle storture del mercato che oggi permettono le speculazioni”. Ad Ottobre 2010, Olivier de Shutter, relatore speciale dell’ONU, ha lanciato un grido di allarme alle istituzioni europee, indicando come possibili soluzioni per frenare l’emergenza alimentare l’introduzione di tetti alle esposizioni degli investitori istituzionali sulle materie prime e l’imposizione di regole di trasparenza sulle operazioni di scambio dei mercati derivati.
Accanto alla necessità di una regolamentazione più efficace dei mercati dei futures e delle opzioni, la FAO e la Comunità Europea indicano come inevitabile rimedio il rilancio su scala globale dell’agricoltura, investendo risorse per aumentare la produzione di beni alimentari e fronteggiarne la domanda sempre crescente. 
La finanza, dunque, dovrebbe continuare a svolgere la sua funzione fondamentale, al servizio dell’economia e delle attività umane, contribuendo allo sviluppo e al benessere globale, anche attraverso la speculazione finanziaria.


[1] G. BUNTROCK, Cheap no more, The Economist, 6 dicembre 2007
[2] Price surges in food markets, Economic and Social Perspectives, FAO, giugno 2010
[3] HULL, Opzioni, futures e altri derivati, Pearson-Prentice Hall, 2009
[4] ANDREA BARANES, Scommettere sulla fame, Capire la finanza, Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus, 2010
[5] The influence of financial derivatives in global commodity markets, Accenture, 2009

[6] P.GIOVANNETTI, L’uomo al centro dell’agire economico, l’Adige, maggio 2011